Haring deve la sua notorietà all'esplosione del fenomeno del graffitismo metropolitano, alla fine degli anni Sessanta a New York, e poi dilagato in tutto il mondo. Nei tunnel della metropolitana di New York si divertiva a disegnare furtivamente figurine stilizzate e provocatorie sui cartelloni pubblicitari dei sottopassaggi: «Haring infatti non interviene con i suoi graffi sui vagoni della metro e rarissimamente sui muri degli edifici» precisa Gianni Mercurio «i suoi murales e le sue opere pubbliche sono un'altra cosa, e occupa unicamente lo spazio destinato alla pubblicità, quello che gli esperti direttori di marketing sceglievano per reclamizzare i prodotti».
Tuttavia Haring arrivò al graffitismo con un bagaglio culturale molto profondo. Nato a Reading, Pennsylvania, aveva frequentato regolarmente la School of Visual Art di New York avendo come maestro Jopseph Kosuth, guru dell'Arte Concettuale. I suoi i riferimenti storico-artistici vanno dal primitivismo all'arte fantastica, dal pop all'espressionismo astratto alla cultura psichedelica.
Ci sono richiami a Pierre Alechinsky, Jean Dubuffet, Henri Matisse, Christo e all'Action Painting nel suo intreccio di motivi ideografici in continua mutazione, nella sua folla di figurine stilizzate, falli labirintici, scenette sacrileghe, un concentrato di concetti ridotti a elementi primari ispirati anche da geroglifici egizi e pittogrammi giapponesi o cinesi, maya o indios.
Con il graffitismo Keith Haring ha dato vita a un vero e proprio fenomeno sociale e mass-mediologico e, incredibilmente, è riuscito a far entrare quell'arte proletaria, "on the road", misconosciuta nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. Tuttavia, sottolinea Gianni Mercurio: «Oggi appare chiaro quanto poco a che vedere avesse l'arte di Haring con il graffitismo: la sua è una prospettiva di artista individuale, con la volontà di costruire sì un'arte per tutti, ma con un linguaggio nuovo, personale, unico, una specie di brand riconoscibile alla maniera di Warhol ma con un progetto più artistico, più "idealistico" e universale di quello del suo maestro».
Il catalogo, edito da Skira con testi in italiano e inglese, contiene, fra gli altri, scritti di David Galloway, Julia Gruen, Fernanda Pivano, Antonio Schwartz e interviste allo stesso Keith Haring e ai suoi amici, tra i quali Yoko Ono, William Burroughs, Leo Castelli, Timoty Leary, Roy Lichtenstein, Madonna.
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