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Padova, Veneto

Spazi storici delle città d’arte italiane

Tre piazze e un prato

di Flavio Grassi

 

Padova, prato della ValleOgni mattina piazza delle Erbe, piazza dei Frutti e piazza dei Signori si riempiono di bancarelle come un qualsiasi umile mercato rionale. Per i padovani queste tre aree contigue nel cuore del centro storico sono le Piazze per antonomasia: la principale strada di accesso a questo affascinante triangolo dove la storia si mescola con la quotidianità si chiama proprio così: semplicemente via delle Piazze. Sbuca nella più animata delle tre, la piazza delle Erbe. Il nome è un lapalissiano riferimento alla destinazione: qui nel Medioevo si compravano le verdure e gli aromi per la minestra.

Oggi è cambiato l'assortimento delle verdure esposte: prima del 1500 i pomodori che con il loro rosso acceso spiccano sui banchi di vendita erano ancora sconosciuti come le Americhe da cui provengono, così come appannaggio esclusivo degli Indios di oltre oceano erano ancora le patate, le zucche, i fagioli, i peperoni, le fragole, e talmente tante altre verdure che viene da chiedersi cosa mai potessero mettere nella borsa della spesa le massaie prima di Colombo.

Padova, Il palazzo della Ragione da piazza ErbeBeh, qualcosa avevano: c'erano le verze in tutte le loro varietà (non è mica un caso che in molte città l'antica area del mercato ortofrutticolo si chiami «verziere»), e poi melanzane, cetrioli, lattuga, cipolle mele e così via. A parte l'assortimento sui banchi e l'abbigliamento della gente, su questa piazza è cambiato poco rispetto all'epoca in cui la cuoca di Giotto veniva qui a procurare l'occorrente per rifocillare il Maestro stanco dopo una giornata di duro lavoro nella cappella degli Scrovegni, con le storie della vita di san Francesco da dipingere in fretta prima che la calce fresca seccasse.

Il nome della piazza dei Frutti invece è un po' incongruo: seguendo ancora la cuoca di Giotto, qui l'avremmo vista piuttosto scegliere le uova, crollare la testa di fronte al prezzo troppo alto di un fagiano e scegliere un più accessibile galletto. Se fosse stato un venerdì, avrebbe contrattato a lungo con un pescatore del Brenta per mettere in tavola una tinca o uno storione. E magari si sarebbe concessa una fetta di porchetta da mangiare in piedi, scambiando notizie con le altre comari tra le volute di fumo del rosticcere. Anche qui, oggi è cambiata l'offerta commerciale: le reti dei pescatori hanno abbandonato il Brenta da molto tempo e vendere falconi sarebbe un reato. Ma a parte questo, l'atmosfera rimane quella di sempre.

Padova, porticato del palazzo della ragioneCosì come è rimasta invariata la funzione dei portici che orlano l'imponente palazzo della Ragione, l'edificio che separa le due piazze. Questo era un «centro commerciale» molti secoli prima che nascesse l'espressione. Un tempo nelle botteghe immerse nella penombra di questi corridoi si vendevano soprattutto tele e pellami. Oggi è il regno delle carni pregiate, dei salumi e delle specialità più insolite.

Al di sopra dei porticati, invece, il grande salone del Palazzo ha perso la funzione per cui era stato costruito. Qui c'era il tribunale: proprio al centro del punto nodale dei commerci cittadini, così non bisognava fare molta strada per rivolgersi a un giudice che potesse risolvere le dispute e intimare il pagamento a un debitore insolvente. Erano tempi in cui un fallimento commerciale poteva significare il carcere a vita: questo prevedevano le leggi cittadine per chi non saldava un debito, sia per cattiva volontà sia per impossibilità materiale di far fronte agli impegni. Una durezza abbandonata nel 1231 quando, dopo una lunga battaglia, tre mesi prima della sua morte sant'Antonio riuscì a far cambiare lo Statuto.

Da allora il debitore insolvente venne fatto salire su un piedistallo di pietra collocato al centro del salone e da quella postazione, in mezzo alla folla che lo insultava, doveva dichiarare pubblicamente il proprio fallimento e spogliarsi lasciando cadere gli abiti a terra fino a «restare in braghe di tela», ovvero scalzo e coperto solo da camicia e mutande. Oggi non è molto diverso anche se la pubblicazione delle sentenze di fallimento sui giornali ha preso il posto della pubblica confessione dall'alto della Pietra del vituperio, la quale resta inutilizzata in un angolo del salone.

Padova, mercato in piazza dei SignoriLa piazza dei Signori è la più elegante del triangolo commerciale storico. Vi si accede sia dalla piazza delle Erbe sia dalla piazza dei Frutti. Di mattina, con la confusione del mercato (questa è l'area dell'abbigliamento, e sulle bancarelle si trovano anche capi di qualità a prezzi irresistibili), rischiate di non farci caso, ma se tornate nel pomeriggio vi accorgete che l'edificio che separa la piazza dei Signori dalle altre due è una chiesa. Cioè: è anche una chiesa, di cui si vede solo la facciata perché è stata incastonata in mezzo a due eleganti palazzi costruiti simmetricamente uno per lato.

Non che l'insieme sia brutto: al contrario, è insospettabilmente armonioso, però fa uno strano effetto vedere quell'antica facciata di mattoni rossi (la chiesa di san Clemente è del 1170) stretta fra due candidi palazzi neoclassici. Ma forse più che all'architettura la sensazione di vago spaesamento deriva dall'essere in un posto che nel giro di un paio d'ore si è trasformato al punto da diventare irriconoscibile. Sgombrate le bancarelle e perfettamente ripulita la pavimentazione, a metà pomeriggio qui sembra che il mercato non ci sia mai stato. E allora si nota l'eleganza davvero signorile degli edifici: a partire dal palazzo del Capitanio, che chiude la piazza sul lato opposto alla chiesa di san Clemente.

La sua torre vanta un bellissimo orologio i cui ingranaggi girano dal 1477. Quando si dice che una volta le cose erano costruite per durare. E non è che siano ingranaggi semplici: progettato sul modello del famoso astrarium inventato un centinaio di anni prima dal Gran Dottore Giovanni Dondi (detto appunto l'Orologio), il meccanismo va ben oltre la banale misurazione delle ore e dei minuti: indica il mese, il giorno e le fasi della luna. E poi va ancora più in là: calcola e disegna sul quadrante una carta della volta celeste aggiornando costantemente la posizione dei pianeti, in modo che un esperto di astrologia possa trovare «i punti cardinali del cielo in qualsiasi ora, di giorno o di notte, col cielo nuvoloso o col cielo sereno», come scriveva lo stesso Dondi a proposito della sua invenzione.

Mentre la vostra attenzione è assorbita dal senso di spaesamento della piazza vuota e dall'ammirazione per la fantastica complessità dell'orologio medioevale, alle vostre spalle anche la piazza delle Erbe ha cambiato faccia: scomparse le bancarelle del mercato, le motoscope danno gli ultimi ritocchi negli angoli e intanto i camerieri sistemano i tavolini che trasformeranno la piazza in un salotto a cielo aperto fino a notte fonda. Ma torneremo più tardi per concludere la giornata con un aperitivo in piazza. Ora ci spostiamo all'estremità sud del centro storico, a ridosso della cinta muraria trecentesca.

Qui c'era una di quelle grandi piazze che un tempo facevano da camera di decompressione fra la città interna e le campagne del contado circostante. Per secoli più che una piazza era stato un grande spazio vuoto di proprietà del vicino monastero, un catino dove l'acqua piovana ristagnava a lungo formando un acquitrino maleodorante e infestato di insetti. Eppure, a dispetto della sua scarsa piacevolezza, quello che la gente chiamava semplicemente «il prato» fu sempre estremamente vivace: vi si tenevano mercati, fiere e tornei cavallereschi. E intorno al suo perimetro sorgevano uno accanto all'altro palazzi nobiliari e abitazioni modeste. Verso la fine del 1700 la città, tornata in pieno possesso del terreno, decise di farne un modello di arredo urbano. E nacque il moderno prato della Valle che, con i suoi 90.000 metri quadri, è una delle piazze più vaste d'Europa.

Era l'epoca in cui nella pancia dell'Illuminismo razionalista stava crescendo il Romanticismo, c'era nell'aria quella meraviglia per la «corrispondenza d'amorosi sensi» fra i vivi e i grandi uomini del passato che di lì a qualche anno avrebbe ispirato a Foscolo i suoi Sepoclri. E l'idea di prato della Valle nasce dalla stessa ispirazione: un grande teatro simbolico, con 84 statue di grandi uomini da prendere come modelli di vita. Non statue celebrative ma una specie di museo delle cere in pietra: i personaggi sono ritratti in atteggiamenti emblematici della loro occupazione. Così troviamo Galileo che scruta il cielo, mentre Giovanni Dondi mostra fiero il suo orologio e Petrarca declama una poesia.

Con un gusto di sapore quasi postmoderno per la citazione circolare, Giovanni Ferrari scolpì la statua di Canova intento a sua volta a scolpire il busto di un antenato del suo committente, quello che oggi chiameremmo sponsor: le statue del teatro di prato della Valle sono state erette una alla volta, a mano a mano che si faceva avanti un finanziatore, il quale aveva in cambio il privilegio di decidere a chi dedicare l'omaggio. Così, insieme a personaggi della storia universale ce ne sono altri di cui nessuno si ricorda più anche se all'epoca sembravano destinati a fama immortale. E sono rimasti anche due piedistalli vuoti. Ogni tanto si accendono le discussioni su come riempire quelle postazioni vacanti, si discute, si polemizza e alla fine tutto resta come prima.

Ma va bene così: anche quel vuoto fa parte della vita che scorre da secoli nella piazza come l'acqua del canale di bonifica in cui si specchiano le statue dei famosi insieme a quelle dei dimenticati, nello stesso modo in cui il riflesso di un gruppetto di immigrati con i capelli schizzati di calce sfiora quello della futura dottoressa che studia appoggiata all'Ariosto e chissà, forse sogna di diventare famosa come Elena Cornaro Piscopia, la nobildonna veneziana che nel 1678, proprio qui a Padova, fu la prima donna al mondo a ottenere il titolo di Dottore.