La punta meridionale del golfo di Napoli è uno dei luoghi che hanno costruito nei secoli l’immagine dell’Italia come «Bel paese». E il limoncello che si produce da queste parti conserva il profumo delle limonaie che tanto contribuiscono al paesaggio.
Una cosa che certo non si può dire di Sorrento è che si tratti di una «scoperta» recente o di un segreto per pochi. Proprio no: il turismo ha cominciato a essere una delle principali risorse della penisola sorrentina all'epoca dei Romani, quando gli imperatori e i patrizi più facoltosi si facevano costruire le ville più belle proprio qui, immerse nello scenario naturale di questo angolo di mondo all'estremità del golfo di Napoli. In secoli meno remoti poi, a cavallo fra il 1700 e il 1800, quando fra i giovani rampolli della nobiltà britannica e nordeuropea impazzava la moda del grand tour in Italia a completamento e suggello di una educazione adeguata al loro livello sociale (più o meno l'equivalente di quello che oggi si ottiene frequentando un master in una qualche prestigiosa università statunitense), Sorrento era una delle tappe obbligatorie di ogni itinerario.
A partire dal Viaggio in Italia per antonomasia, quello di Goethe, per proseguire con i grandi romantici inglesi, l'irascibile Byron, il malaticcio Keats, l'inconsolabile Shelley, nessuno si sentiva soddisfatto se non aveva trascorso qualche tempo qui, fra antiche case patrizie, limoni e scogliere di tufo. Qualche decennio dopo è la volta di viaggiatori del calibro di Wagner e Nietsche. E ne stiamo tralasciando a decine, perché davvero non c'è pellegrino di lusso che non abbia prima o poi sentito il dovere di fare una tappa qui fra i limoni e le falesie.
Ma se percorrendo la strada che porta da Napoli a Sorrento - che riesce ancora a conservare una bellezza struggente nonostante i criminali scempi edilizi degli ultimi decenni - non si può certo provare il brivido di essere i primi, dall'altro lato duemila anni di grandi turisti rappresentano pur sempre una buona certezza: non possono essersi sbagliati tutti. Che cos'é dunque che da venti secoli attira qui i viaggiatori più esigenti? Prima di tutto, l'abbiamo già detto, l'incantevole scenario naturale, con le case affacciate sul mare dall'alto di una impressionante terrazza di roccia, scavata da gole aspre che contrastano con la gentilezza dell'architettura. E poi il clima mite che, anche nelle giornate d'inverno permette di sedersi ai tavolini all'aperto del Fauno in piazza Torquato Tasso per sorseggiare un caffè lasciandosi andare a un piacevolmente ozioso filosofeggiare intorno alle influenze che i luoghi d'origine hanno sul lavoro dei poeti.
Il Tasso, nato proprio qui, che altro poteva scrivere se non la sua Gerusalemme liberata: dolce, solare, addirittura femminea risposta all'immaginazione maschia e un po' stralunata dell'Orlando furioso concepito da un Ariosto vissuto fra le nebbie della nativa Ferrara e i lupi della Garfagnana? Se poi, anziché un caffè, è un bicchierino di limoncello quello che si sorseggia in piazza, le considerazioni circa l'influenza dei luoghi di nascita su destini letterari di Tasso, Ariosto e magari, per soprammercato, del modenese Boiardo (quello della Secchia rapita) e del piemontese Alfieri, rischiano di dilatarsi fino a diventare una vera e propria poetica.
Né sarebbe del tutto inappropriato fondare una poetica sul dolce liquore di limoni che, per maggiore prontezza altrui, ha perso il diritto di fregiarsi ufficialmente del nome col quale è universalmente conosciuto. Ma, che il liquore si chiami limoncello o in altro modo, il profumo dei limoni gialli, grossi, maturati sui rami, lo rende inconfondibile. Ci vuole la scorza di una decina di limoni lasciata a macerare per almeno tre settimane per fare un litro di limoncello. Quanto basta perché, una volta tornati a casa, il profumo e il sapore da soli rievochino il ricordo delle innumerevoli limonaie che modellano il paesaggio in competizione con le palme, con le rocce nude delle falesie, con il blu mai troppo minacciosamente intenso del golfo di Napoli. Poi, mentre uno è qui a Sorrento è ovvio che visiti i luoghi che tutte le guide raccomandano di vedere: casa Correale con i suoi cortili di maiolica, il Museo Correale di Terranova con le sue belle raccolte di marmi antichi, il Duomo con i bellissimi intarsi del coro.
A proposito di legno intarsiato: non è una preziosità riservata alle decorazioni del Duomo. Anzi, è una delle più vivaci e interessanti attività artigianali di Sorrento, ed è veramente difficile venir via dalla città senza essersi lasciati andare alla tentazione di portarsi via un pezzo di tradizione. Con in valigia una scatola di legno dal coperchio intarsiato, un delizioso oggetto di rame (altra produzione tipica della tradizione artigianale sorrentina) e, naturalmente, almeno una bottiglia di limoncello, si ha la confortante sensazione di portarsi a casa qualcosa il cui valore evocativo del luogo va ben oltre quello della cosa in sé. Un po' come le centinaia di ladri professionisti, dilettanti e del tutto improvvisati che da sempre saccheggiano i siti archeologici di Ercolano e Pompei. Con la differenza che i nostri acquisti non ci guastano la festa con i sensi di colpa per il delitto commesso.
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