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Aruba

Sole garantito e resort di lusso

Un’oasi in mezzo al mare

di Stefano Riva

 

Aruba, spiaggiaCostantemente ventilata dagli Alisei, questa striscia di terra di origine vulcanica a pochi chilometri dalla costa venezuelana gode di un clima ideale per chi è in vacanza, con un clima caratterizzato da scarsissime precipitazioni e temperature costanti tutto l’anno.

Fino alla metà degli anni Ottanta, i novantamila abitanti di Aruba avevano ben poche preoccupazioni. Il tempo qui è talmente stabile che i giornali locali non pubblicano nemmeno le previsioni: la pioggia è una notizia da prima pagina, e gli uragani si vedono solo alla televisione. Un quarto circa del reddito dell'isola proveniva da un'unica installazione industriale: una grande raffineria operante fin dal lontano 1924. I dollari della raffineria permettevano fra l'altro di tenere in funzione il secondo più grande impianto di desalinizzazione dell'acqua marina al mondo, e così la più arida fra le isole delle Antille poteva bere l'acqua più pura di tutta l'area. La disoccupazione era quasi sconosciuta: alcune industrie leggere e un piccolo flusso di turisti, attratti dalle spiagge bellissime e mai affollate di quest'isola poco pubblicizzata, davano lavoro agli abitanti che non erano occupati nella raffineria o nel suo indotto. Un idillio.

L'unico cruccio era la situazione istituzionale. Da oltre vent'anni gli arubani avevano cominciato a sollevare il problema dell'indipendenza ma, rinvio dopo rinvio, non se ne era ancora fatto nulla e l'isola continuava ad appartenere alle Antille olandesi, una condizione che all'isola andava sempre più stretta.
Finalmente, all'inizio degli anni ottanta si ricomincia a discutere seriamente del distacco dall'Olanda e sembra che anche quest'ultima ombra sulla completa felicità dell'isola sia prossima a svanire. Poi, il brusco risveglio: la Exxon, erede dell'antica Standard Oil dei Rockefeller e attuale proprietaria della raffineria, decide improvvisamente di chiuderla. Per la piccola isola il sogno diventa di colpo un incubo: compare la disoccupazione, le piccole aziende dell'indotto chiudono. E, ancora peggio, senza il flusso di denaro garantito dalla raffineria non si sa più come pagare le importazioni alimentari né come far fronte agli alti costi operativi del desalinizzatore. La popolazione di Aruba, insomma, si accorge d'un tratto di essere cresciuta ben al di là delle capacità di sostentamento garantite dal territorio naturale dell'isola, e di essere totalmente dipendente dall'estero per soddisfare bisogni primari come cibo e acqua. Senza contare che l'eventuale chiusura del desalinizzatore darebbe un colpo mortale al turismo. Una catastrofe. Che rovina completamente la festa per la soluzione della questione dell'indipendenza.

Soluzione di compromesso, per la verità: Aruba non gode di una piena indipendenza ma dal 1986 ha uno statuto autonomo, con un proprio governo e un parlamento eletto dal popolo. Continua a essere parte del Regno d'Olanda, il quale conserva la responsabilità per gli affari esteri, la difesa e la giustizia di ultimo grado, ma almeno non deve più dipendere dalle Antille Olandesi.
Il nuovo governo si rimbocca le maniche per risollevare la situazione. Non ci vuole molto per capire che l'unica risorsa che si possa davvero sviluppare è il turismo. Un po' di marketing, ed è subito boom. Rispetto alle altre isole dell'area, Aruba ha il vantaggio di essere fuori dalla cintura degli uragani e di avere precipitazioni scarse. Certo, questo vuol dire un territorio in gran parte arido o semiarido, ma anche la quasi garanzia di avere bel tempo in qualsiasi stagione. E chi ha provato a restare chiuso in albergo per metà vacanza a causa della pioggia sa bene quanto volentieri si può rinunciare alla vegetazione lussureggiante in cambio di una ragionevole sicurezza di trovare bel tempo. Senza contare che il territorio di Aruba, con la sua origine vulcanica, è arido sì, ma ha zone di grande bellezza. Tanto che il governo ha protetto quasi un quarto dell'intera superficie dell'isola istituendo un grande parco nazionale, l'Arikok National Park, un gioiello fatto di formazioni rocciose insolite, cactus giganti, resti di insediamenti indiani. Il tutto attraversato da sentieri che permettono di vedere da vicino le particolarità di questo singolare ecosistema.

La maggior parte delle strutture turistiche sono concentrate lungo la costa sud-occidentale, orlata da undici chilometri di spiaggia bianchissima e praticamente ininterrotta. Su questo lato il mare è calmo e protetto dalla vicinanza della costa venezuelana, che dista meno di venti chilometri. I fondali mai troppo profondi, ricchi di coralli e di pesci tropicali, insieme alla straordinaria trasparenza dell'acqua garantita dalla scarsità del moto ondoso, attirano un numero crescente di appassionati di immersioni subacquee. Anche perché, oltre alla bellezza della vita naturale, i fondali danno ampia soddisfazione anche a chi ama curiosare fra i relitti delle navi affondate.

Tre relitti in particolare sembrano stimolare la curiosità dei subacquei. Due risalgono alla Seconda Guerra mondiale: il Padernales, una petroliera silurata dai tedeschi e l'Antilla, che invece era una nave mercantile tedesca affondata nel 1945; il suo scafo rimasto praticamente integro ne fa uno dei relitti di maggiori dimensioni dell'intera area caraibica. Ma quello che attira la maggior parte dei sommozzatori di discreto livello è il più vecchio dei relitti. Si tratta del California, il cui affondamento sembra quasi un atto di giustizia divina: è la nave diventata tristemente famosa perché si trovava a poche miglia dal Titanic al momento del disastro ma non rispose alla richiesta di soccorso. L'inchiesta ufficiale stabilì poi che la colpa era del marconista che dormiva, ma questa versione è sempre stata circondata da qualche dubbio.

Chi non se la sente di immergersi per ammirare il risultato delle disgrazie altrui, non per questo è condannato a restare confinato sulla pur gradevole spiaggia. Per una lingua di terra lunga trenta chilometri e larga al massimo sei, l'isola ha molto da offrire. Basta noleggiare un fuoristrada, indispensabile per raggiungere i punti più scenografici della parte nord, e partire lungo la costa per constatare come, appena lasciata l'area dove si è concentrato lo sviluppo turistico, l'isola sia in gran parte selvaggia. La prima vista curiosa sono gli alberi che qui chiamano divi divi, che gli alisei che soffiano costantemente sull'isola piegano in forme tanto contorte da farli assomigliare a giganteschi bonsai.

Una specie di cerniera fra la zona degli alberghi e quella dove domina la natura è rappresentata dal Tierra del Sol Golf Club, un bel percorso da 28 buche la cui inaugurazione ha recentemente colmato quella che fino a poco tempo fa era l'unica lacuna dell'isola dal punto di vista delle strutture turistiche. Poco oltre, si trova una delle mete preferite delle escursioni, la California Lighthouse, un faro sul promontorio che segna l'inizio della costa nord. Qui il paesaggio è completamente diverso da quello che ci siamo abituati a vedere sull'altro versante: gli alisei che spirano costantemente sollevano onde che raggiungono altezze impressionanti e si abbattono con violenza sugli scogli neri di basalto che rivelano l'origine vulcanica dell'isola.

Ancora pochi chilometri e troviamo la cappella di Alto Vista, grazioso retaggio dell'epoca coloniale, e le rovine della miniera d'oro di Bushiribana. La piccola «corsa all'oro» di Aruba prese il via nel 1824, per poi spegnersi pochi anni dopo con l'esaurimento degli scarsi giacimenti di minerale. Il «ponte naturale» che si trova a metà della costa nord è sicuramente il punto più fotografato dell'isola. Si tratta di un arco di madrepora con una luce di oltre trenta metri di lunghezza che si innalza per quasi dieci metri sopra le onde. Altra tappa fondamentale delle escursioni in jeep è la Guadirikiri Cave, una grotta di grandi dimensioni che un tempo serviva come perfetto rifugio per gli immancabili pirati che avevano stabilito qui la loro base.

Ma i tempi dei pirati sono lontani, più lontani ancora di quelli di quella tanto improbabile febbre dell'oro che aveva agitato l'isola nel secolo scorso. Di sicuro, non c'è nulla del carattere rissoso dei pirati nella popolazione che si incontra per le vie della capitale Oranjestad, fatta di persone sempre pronte a regalare un sorriso a chiunque incroci il loro sguardo.



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Guida Aruba

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